Claudio Fucci





Scritti attorno alla musica

sulla musica

e dentro la musica





Musica per sviluppare un’ideologia di classe.

Sembra che da molto tempo si discuta sulle radio libere, delle loro funzioni, dei loro programmi più o meno significativi di ciò che realmente di alternativo rispecchiano nella dimensione borghese in cui sono inseriti tutti gli altri canali ufficiali, in effetti non sono neppure passati due anni da quando la prima emittente cominciò le sue trasmissioni. Se ne è parlato tanto, vuol dire che in bene o in male qualcosa di nuovo hanno portato e che più o meno hanno influenza­to e cambiato un certo rapporto con coloro che ascoltano, con quelli che le "onde Rai" avevano stereotipato in luoghi comuni e scontati. La novità è stata soprattutto sfruttata e strumentalizzata da coloro che intuirono un grosso vantaggio commerciale e pubblicitario. Il la­to commerciale, è noto, non va molto d'accordo con quello culturale per cui una scelta elimina l'altra; non si sono fatti alcuno scrupolo «i finanziatori di capitale» ad abbandonare discorsi di "crescita" per tuffarsi nel banale è quindi nel redditizio. A fare un discorso un minimo :serio sono rimaste le cosiddette radio democratiche che a disca­pito di grossi incentivi portano avanti la loro concezione socio-politico-culturale. La funzione musicale trova delle grosse difficoltà di proposizione; mentre è molto più lineare condurre un discorso coerente da un punto di vista politico affrontando la parte redazionale, risulta più difficoltoso parlare e rimanere entro precisi binari quando si trasmette musica. I dischi messi sul piatto sono eterogenei e coprono una gamma vastissima di espressioni; fino a che punto rispecchino una giusta direzionalità è difficile dirlo. La visione delle cose la sensibilità e le influenze subite dall'operatore culturale che trasmette sono ovviamente alla base del problema. Non è rara ascoltare una elegia su un de­terminato gruppo musicale o singolo esecutore e risentire dalla stessa radio un'ora dopo i commenti più biechi riferiti al medesimo cantante. Manca molto spesso una valutazione generale nata dal dibat­tito fra i singoli culturali, una elaborazione che sia la sintesi delle varie idee e proposte, tutto sommato una linea reale da seguire che permetta, naturalmente in un certo spazio di tolleranza che rientra nella normale dialettica, di mantenere una certa coerenza di fondo. Ma il problema è anche più complesso in quanto deve affrontare altri concetti deve andare oltre al puro giudizio legato all'estetica musicale, al giudizio del piacevole e del liberante; deve cercare di uscire dalla castrante dimensione borghese, e fare questo non è facile. Fino a che punto, ad esempio, non è convenzionale parlare della musica che proviene dall'America: la musica country che ha anche una tradizione popolare sappiamo però che proviene da un'ideologia borghese che è strettamente legata al mito della frontiera all'esalta­zione dell'individualismo e allora che ne facciamo: la abiuriamo o la continuiamo a trasmettere? Un operatore culturale serio probabilmente risponderebbe: "la mandiamo in onda spiegando però il peri­colo che comporta fare certa musica”. Credo in effetti che sia la cosa più sensata. Ascoltando certe trasmissioni viene spontaneo chiedersi se un de terminato svolgimento è programmato in base ad un discorso di ri­cerca oppure in relazione alle nozioni che chi trasmette ha già incamerato per conto suo e mai messe, in discussione sicuro della loro sufficienza e della loro giustezza. E’ raro ascoltare ad esempio collegamenti o influenze subite dai vari pezzi composti, ed ancora più ra­ro trovare delle proposte che pongano delle basì per dei nuovi svilup­pi. Si dovrebbe forse dare più spazio a ciò che si sta costruendo piuttosto che riproporre cose anche buone ma tutto sommato ormai scontate. La prima scelta da fare è togliersi dalla mitologia del disco, del prodotto. La musica non è solo il disco ma questo è solo una parte, anzi la parte che risente maggiormente dei condizionamenti del mercato. La radio è uno strumento incredibile di divulgazione musicale e deve essere usato soprattutto per, proporre musica registrata dal vivo; musica che è nata dalla realtà e non dallo studio di mercato di una grossa multinazionale. Questo senza togliere l'importanza ad alcuni prodotti che seppure commercializzati sono validi. Il punto sta nell'essere coscienti che è indispensabile proporre quella musica che non ha altri sbocchi e che, essendo anche valida, non verrà forse mai registrata su di un di­sco. Le industrie discografiche hanno i loro Mass media per far conoscere le loro produzioni, noi cerchiamo di essere il più critici possibili verso queste. Questo di per se stesso non può voler dire che bisogna ascoltare; solo musica brutta, ma è necessario stravolgere il si­gnificato di estetica della musica. La musica ha di per se stessa un messaggio un taglio di classe che è recepito anche da chi non sa riconoscerlo perché questa ricezione avviene il più delle volte inconsapevolmente. La registrazione di feste, concerti di artisti del movimento o meglio la proposta in diretta dì questi è un modo di usare !a radio che serve a rompere gli schemi mutuati dalla borghesia che propone le proprie scelte ideologiche come scelte oggettive di qualità. E indispensabile inoltre promuovere inchieste anche sulla musica prodotta sui dischi e che passa sconosciuta; musica popolare auten­tica 'e bellissima che non ha nulla da invidiare a certa musica pop ma che è fonte di ben altre immagini e sensazioni. Per esempio se non ci fosse stato l'exploit commerciale della musica cilena chi avrebbe sospettato la bellezza della musica andina ? Dì, musica popolare bellissima è piena la terra, e dobbiamo impa­rare a scoprirla e riproporla. Dobbiamo innanzitutto smettere di essere subordinati anche in questo alla logica dell'industria discografica. Perché la musica popolare non è solo "lamenti di cornamuse”ma anche e soprattutto spirito popolare e lotta di classe nella gioia. Quanto quel maoista formidabile (per citare Fo) di nome Tse tung aveva parlato di fare delle inchieste, si riferiva a tutto il lavoro politi­co, anche a quello culturale. Quindi cercare la musica che nasce, quella che si inventa giorno il dopo giorno, E certamente un lavoro difficile, più difficile dell'affidarsi a quello, che ,arriva attraverso i, canali normali, ma è uno dei mezzi per dare aria a tutte le nuove espressioni e a quelle più autentiche. Questo non è un discorso così di bandiera, di fede rivoluzionaria. utopico ma è concretamente quello che ci si aspetta da una radio democratica. Dobbiamo essere cosci dell'importanza delle scelte musicali, nelle radio democratiche proprio perchè sono e si presentano come radio libere. L'atteggiamento di chi le ascolta è diverso più aperto: e quindi più facilmente influenzabile dal discorso che gli è offerto. Tutto questo senza cadere nel grigiore della propria musica "Culturale", da iniziati e da topo da discoteca. Un altro appunto che è necessario fare è legato a quanto detto fino ad ora: c'è scarsissimo interesse verso quello che gli strati emergenti stanno riproducendo anche musicalmente. Se non in qualche saltuaria trasmissione registrata dal vivo o in ru­briche tutte ghettizzate e alienate dalle altre trasmissioni, la musica che nasce dalle lotte delle donne, dei giovani, degli omosessuali non esiste. Forse questa musica non è tutta codificata, definita ma è una realtà che la musica come creatività sia una delle scoperte originali di questi movimenti Non dare a queste cose lo spazio che invece viene dato agli Stones (senza togliere nulla à loro) è indice di una confusione sul ruolo stesso di una radio democratica. È ancora riproporre schematismi e divisioni tra il politico ( i notiziari, i servizi e le rubriche) e il resto,che non è politico o almeno così si crede Andrea Agostini Claudio Fucci Roberto Caselli

Articoli

Musica “varia” da sottofondo e musica “colta” per le rubriche, Una logica non più praticabile per le radio democratiche.
Il quotidiano dei lavoratori il 5 maggio 1977 pag. 6


Musica per sviluppare un’ideologia di classe.
Nelle radio democratiche la musica deve uscire dai ghetti e dalla casualità delle scelte. Il quotidiano dei Lavoratori 5 maggio 1977


Speranze e proposte per andare avanti
Quotidiano dei lavoratori. 14 aprile 1977 pag.6


Speranze e proposte per andare avanti
Quotidiano dei lavoratori. 14 aprile 1977 pag.6


Conservatorio: “qualcosa cambia”
Quotidiano dei lavoratori. 14 aprile 1977 pag.6


Il Canzoniere del Lazio
Quotidiano dei Lavoratori 17 aprile 1977 pa. 6


Le Multinazionali e le esperienze autogestite : due facciate del disco
Quotidiano dei Lavoratori 19 maggio 1977


Musica e feste: costruiamo un rapporto nuovo oppure faremo la festa alla nostra musica.
Quotidiano dei Lavoratori 22 aprile 1977 pa. 6


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