Le Multinazionali e le esperienze autogestite : due facciate del disco
Quando ascoltiamo un disco. raramente abbiamo la sensazione di trovarci di fronte ad un prodotto. Non ci pensiamo, anche se ne siamo coscienti. Questo molte volte ci fa vedere le cose sotto un'ottica distorta e deviante.
Un disco é musica, felicità, svago, qualche volta "arte" ma mai il prodotto di una catena di montaggio che inizia sulla chitarra o sul pianoforte dell'autore e che. termina debitamente incellophanato nel ripiano del negozio all'angolo.
Non pensiamo quasi mai al rumore delle presse che lo stampano. Con questo non voglio togliere a nessuno anche quella piccola gioia di sedersi ed ascoltare un disco «in pace» ma vorrei che tutti noi avessimo coscienza di quello che realmente è un disco e cercassimo di avere le idee più chiare su questo fenomeno.
Attualmente il mercato del disco è nelle mani di poche Multinazionali che controllano almeno l'80% del mercato. Se noi pensiamo che la R.C:A. è nelle mani del Vaticano, capiamo subito che il discorso si fa pesante.
Osservando la classifica dei dischi più venduti si può subito notare che dei primi 25 dischi 20 sono di quelle quattro o cinque case multinazionali e che altri quattro sono di etichette italiane e straniere, comunque distribuite dalle solite grosse case.
In una tale situazione di monopolio che possibilità c'è che i dischi e la musica possano liberarsi? Quando poi vediamo che questi monopoli guadagnano anche su quanto è stato espresso da noi dalle nostre lotte e che non abbiamo altro modo di ascoltare della musica che comprarla da loro, la rabbia arriva prepotente.
Per rispondere. a questa situazione ci sono state due serie di iniziative, la prima è quella di creare delle etichette che, se pure restando nell'ambito della distribuzione capitalistica, cercassero di fare un discorso democratico sia nella scelta del repertorio e nella sua collocazione e sia nei rapporti economici con gli artisti.
La seconda serie di iniziative è stata un'esplosione dì etichette realmente autogestite e che per la distribuzione si affidavano ai canali del movimento [quando c'erano], alla vendita nei concerti o per corrispondenza.
Queste ultime iniziative sono state realizzate negli ultimi anni per merito di musicisti che hanno avvertito la necessità di abbandonare il rapporto di dipendenza finanziaria ed anche artistica dall'industria discografica capitalistica.
Hanno cosí tentato un discorso di reale autogestione, sempre nell'ottica e nella speranza di contribuire a creare un circuito di distribuzione e di fruizione della musica anch'esso alternativo ed autonomo.
Questa esigenza è stata sentita maggiormente da quei musicisti che vivevano dei rapporti di più pesante e totale sfruttamento come i jazzisti e che si erano più o meno legati a movimenti d’avanguardia.
Esempi concreti di questo discorso si possono trovare in Germania, in Olanda e in molte altre parti del mondo.
L'ultima di cui sono venuto a conoscenza in Italia è la Ictus Records che è appunto nata da jazzisti come esigenza, anzi come necessità impellente, di fare della musica e di essere anche gli unici tramiti con coloro che la fruiscono.
II lavoro in ogni momento è a livello artigianale ma consente di contenere i costi notevolmente.
La meccanica stabilita per portare avanti questo progetto è quella della divisione diretta delle spese e dei profitti tra i musicisti che gestiscono i vari dischi.
E questo permette alla fine anche di dare un giusto utile a chi ha lavorato e di reivestire dei soldi per il disco seguente.
Restano da definire però per tutte queste iniziative i modi reali, sicuri e liberi per far circolare questi prodotti in maniera seria.
Il rischio di queste iniziative è che muoiano prima di incominciare per l'incomprensione e il mancato aiuto da parte dei compagni e delle strutture del movimento.
Perché bisogna essere coscienti che il fallimento di queste ed altre iniziative simili farà in modo che la cultura ed in particolare per l'aspetto che ci interessa, i dischi, rimangano latifondo nelle mani dei conti e dei baroni dell'industria internazionale e dei vassalli italiani.
Claudio Fucci
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Musica “varia” da sottofondo e musica “colta” per le rubriche, Una logica non più praticabile per le radio democratiche. Il quotidiano dei lavoratori il 5 maggio 1977 pag. 6
Musica per sviluppare un’ideologia di classe. Nelle radio democratiche la musica deve uscire dai ghetti e dalla casualità delle scelte.
Il quotidiano dei Lavoratori 5 maggio 1977
Speranze e proposte per andare avanti Quotidiano dei lavoratori. 14 aprile 1977 pag.6
Speranze e proposte per andare avanti Quotidiano dei lavoratori. 14 aprile 1977 pag.6
Conservatorio: “qualcosa cambia” Quotidiano dei lavoratori. 14 aprile 1977 pag.6
Il Canzoniere del Lazio Quotidiano dei Lavoratori 17 aprile 1977 pa. 6
Le Multinazionali e le esperienze autogestite : due facciate del disco Quotidiano dei Lavoratori 19 maggio 1977
Musica e feste: costruiamo un rapporto nuovo oppure faremo la festa alla nostra musica. Quotidiano dei Lavoratori 22 aprile 1977 pa. 6
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